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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Giornalismo / Giorgio Bocca: Antitaliano anche nello sport

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Lunedì 16 Gennaio 2012

(gfc) Con la recente morte di Giorgio Bocca [1920-2011] scompare un certo giornalismo fatto di sostanza e profondità, di ricerca e pensiero, un giornalismo non di maniera, lontano (escluso?) dai salotti televisivi e ancor più da corridoi e anticamere di politici e di potenti. Ho amato gli scritti di Bocca proprio per quella sua insondabile capacità di riuscire “vero” in ogni frangente, fedele ad un modo di esserlo anche negli errori, che non sempre gli era agevole ammettere. Con una testardaggine tutta piemontese, ma anche con una severità della quale finiva per essere vittima egli stesso per primo. Mi è parso giusto, per questo, proporre qui un suo scritto, conservato per anni nella mia personale “antologia”, un articolo pubblicato su uno “speciale” di Abitare (219 bis / novembre 1983) edito in vista dei Giochi di Los Angeles. L’atteggiamento di Bocca nei riguardi dei crescenti eccessi dello sport (si pensi, per attualità, alla bislacca idea di voler organizzare un’Olimpiade a Roma nel … 2020), movendo da esperienze giovanili acquisite come modesto sciatore nel GUF – ricordate nel libro che più gli somiglia, Il Provinciale – è stato improntato a posizioni severamente critiche.

Su un non lontano “Antitaliano”, la rubrica con cui apriva settimanalmente L’Espresso, intitolato “I dannati dello sport estremo” (aprile 2008), il grande vecchio aveva scritto:“I resoconti della preparazione olimpica sfiorano a volte l’orrore. […] In questa ricerca del primato a fini di lucro o di potere, estranea allo sport, si è formata una burocrazia cinica, che pur di avere successo e prebende allena una gioventù decerebrata, capricciosa, che torna a credere nei feticci, negli amuleti, nei finti amori e nelle finte passioni, nei finti fidanzatini. Le nuotatrici famose se li scambiano per andare più forte, gli allenatori li usano. E attorno a questa umanità di bambini muscolari, ecco fiorire un giornalismo di super-esperti, dal linguaggio gergale, composto da luoghi comuni comprensibili solo ai cercatori di record, ma incapace di parlare, di raccontare. […]”. Un “pezzo” ancora malinconicamente attuale. Che mi pare valga ora la pena di riproporre per i (pochi) lettori che rifiutano le caste e non ambiscono a fare gruppo.  

Autoritratto del giornalista alle Olimpiadi (con famiglia)

“La mia prima Olimpiade come cronista fu quella di Tokyo del 64, per il Giorno. Dovevo fare il colore, ma aggregato alla redazione sportiva satrapeggiata da Gianni Brera uno di quelli che passano la vita a raccontare come sono, bassaioli, terragni, sospettosi, scaltri, paurosi di perdere la loro fetta della torta, ma nessuno ci crede, tutti pensano che facciano i letterati. Invece Brera era e credo sia proprio così, chi metteva naso nel suo cortile andava subito avvisato sulle regole del gioco. Gli chiedevo: “Che dici domani vado all’atletica o al canottaggio?”. “Non ci sono più biglietti”, diceva lui, “le tessere non ce le hai. Sono però riuscito a trovarti un posto per la partita di hockey su prato fra India e Pakistan. Ci arrivi in tre ore di treno”. Così mi trovo in una lontana periferia di Tokyo a vedere dei signori olivastri con grandi baffi neri che si rincorrevano per un prato con delle palette. Olimpia o era vittoriana? Brera ce l’aveva con me perché avevo infranto una regola aurea degli sportivi di allora: non metterla mai in politica. O a meglio dire parlar di politica solo a servizio dello sport.

Ma io dovevo fare la cronaca della cerimonia di apertura ed essendo uno che aveva fatto la guerra prima dalla parte del tripartito, cioè alleato dei giapponesi, poi dalla parte degli americani cioè di MacArthur e degli “arrivano i nostri” alle isole Midway, trovai piuttosto curioso che gli atleti americani inchinassero la loro bandiera a stelle e strisce passando davanti al già mummificato Hirohito – che invece è sempre sulla piazza – e lo salutassero inchinando la bandiera. E avendolo scritto, come una banalità, stavo nella mia stanza di un super hotel servito da finte gheishe a cui ordinavo una cena e loro dopo risatine e inchini tornavano con due dadini di pesci crudi, quando uno degli uomini di Brera, riconoscibili dal fatto che li obbligava a vestirsi tutti nello stesso modo e a mangiare ciò che lui ordinava per ciascuno di essi arrivò tetro a dirmi che si era appena saputo da una agenzia che la società del drago nero aveva deciso di chiedermi ragione dell’offesa alla divinità dell’imperatore, sfidandomi a duello. La cosa mi preoccupò parecchio perché passavo le sere in albergo facendo una dieta per dimagrire fatta di mele un po’ acerbe e di film alla televisione sui samurai, che consistono in mezz’ora di gocce che cadono in uno stagno fra fiori di loto con dei tic toc in varie modulazioni e poi nella comparsa di un samurai armato di scimitarra che aspetta il passaggio dei nemici disonorevoli e infami e con urli possenti prima li pietrifica e poi li fa in due con la sua scimitarra.

Capii però presto che agli sportivi del mio giornale interessava pochissimo la mia eventuale squartatura. Erano invece molto preoccupati perché un funzionario del CONI aveva espresso il suo amaro dissenso sul fatto che “si mettesse la politica nello sport”. Dopodichè mi accompagnai più volentieri con un piccolo industriale di Milano, l’amico Bolchi, che essendo arrivato a Tokio senza un solo biglietto passava per tutti i controlli e cordoni dei disciplinati giapponesi agitando imperiosamente la tessera del tram. E un giorno, avendo incautamente scommesso, arrivò con quella fin nella tribuna di Hirohito. Architettonicamente quella Olimpiade si prestava al colore con stadi a forma di giunca o di conchiglia gigante e moltitudini immense e disciplinatissime di scolari o impiegati o operai che arrivano allo stadio ciascuno con la sua bandierina con il sol nascente impugnata.

A Monaco, 1972, seconda Olimpiade le faccende si misero subito sul tragicomico. Quell’anno, nel giorno maledetto della festa della mamma, il 12 maggio, mi ero spaccato tibia e perone della gamba destra sulla quattro, pista di La Thuile e per quanti calcificanti avessi inghiottito ad agosto la mia gamba non era ancora sicura per il dottor Zerbi ed infatti mi spedì a Monaco con un bel stivaletto ingessato che io cercavo di nascondere in una grande pantofola nera che essendo il doppio della scarpa normale del piede sinistro non doveva passare inosservata. Il tutto perché avevo deciso di andare all’olimpiade assieme a mia moglie ma in auto. I primi dubbi li ebbi a Innsbruck quando sceso per far due compere mi accorsi che lo stivaletto lasciava sull’asfalto una striscia di gesso. Sicché quando arrivati a Monaco fummo affiancati da due poliziotti che ritenevano la mia andatura troppo sostenuta mi ritenni perso. Ci fermarono, guardarono la mia tessera stampa e poi minacciosamente dissero “ein moment”, e uno corse alla loro macchina, certo per prendere le manette, pensai, e invece tornò con due garofani che diede a mia moglie “con i migliori auguri del nostro borgomastro”.

Capii di essere insospettabile solo alcuni giorni dopo quando avendo cozzato contro un tram nella nobile città di Monaco fui portato quasi di peso dal tranviere in un commissariato di polizia e lì rimasi in preda a fortissima angoscia mentre quelli continuavano a guardarmi dalla punta dei capelli alla pantofola e scrivevano, scrivevano. “Stavolta vado in carcere per aver guidato con una gamba ingessata. Chi sa cosa mi danno qui. Due anni? Tre?”. Arrivò mia moglie che masticava un po’ di tedesco. Si mise a confabulare col commissario, poi mi disse: “Chiedono se riconosci di aver torto e se sei pronto a pagare i danni”. “Sii” gridai. E firmato il papiro uscii, lasciando una bianca scia di gesso sul pavimento. Ma come poteva un tedesco di Germania supporre che un italiano avesse in coraggio di guidare in Germania con una gamba ingessata?

Poi, in un giorno di calma assoluta trasmisi al mattino un pezzo che cominciava “Olimpia oggi riposa”. E partii per Salisburgo dove mi era stato indicato un ottimo ristorante per il cervo arrostito con salsa di mirtillo. Tornammo verso sera. Erano le otto quando uno degli sgherri di Brera telefonò: “C’è qui per te una nota del direttore: fai tu la cronaca, ti riservano tutta la prima e la seconda pagina”. “La cronaca di che?”. “Ma come non lo sai, un gruppo di terroristi arabi è entrato nel quartiere degli atleti israeliani e minaccia di ucciderli”. Andai nella redazione che dava proprio con le finestre sulla palazzina assediata dalla polizia. Mi portarono le notizie sulle trattative due amiche milanesi incontrate per caso. Brera, in accappatoio bianco, sdraiato in poltrona, mi osservava. Quando a mezzanotte ebbi finito di battere sulla telescrivente la ventesima cartella disse: “Beh, non credevo, ma il mestiere lo sai fare”.

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